Tremiladuecento anni fa, nessun troiano si sarebbe mai sognato di aprire consapevolmente le porte della propria città ai greci.
Per riuscirci ci volle tutto l’ingegno di Ulisse: un cavallo, un inganno, una notte di follia e Troia rasa al suolo.
A Napoli no.
A Napoli, evidentemente, siamo più concreti: preferiamo la storia dei trenta denari. Solo che l’inflazione, da queste parti, dev’essere stata particolarmente crudele, perché oggi bastano centotrenta euro – quando va bene – e una comparsata nella televisione di Stato per trovare il guitto di turno disposto a vendersi la nostra Maglia.
Il premio, in fondo, è commovente nella sua miseria: cinque minuti di visibilità. Cinque minuti in cui sarà chiamato a interpretare il più classico dei terroni da cortile, magari con l’ambizione, tenerissima, di scimmiottare pure l’accento milanese. Quanto basta per accomodarsi nella narrazione del potere: quella delle tre strisciate, del Napoli simpatico, del Napoli che gioca bene, diverte, fa colore, ma poi — grazie al cielo — torna a non vincere un *****.
Perché di questo si tratta, signori.
Di un Napoli che deve stare lì. Buono. A cuccia.
Può anche giocarsela, certo. Anzi, deve. Serve pure un minimo di brivido a un campionato dall’elettrocardiogramma piatto. Ma senza esagerare. Senza mettere le mani nella cioccolata più di una volta ogni trent’anni. La gioia, per noi, dev’essere un evento folkloristico, non una cattiva abitudine.
E se il viscido Giuda di turno alberga in ogni città del mondo, qui la vera rappresentazione della subalternità ha un nome preciso: stampa napoletana. Sempre pronta, con encomiabile disciplina, a fare da megafono a chiunque abbia interesse a ridimensionarci. Una vocazione al servilismo così puntuale che, a voler essere generosi, sembrerebbe quasi professionalità.
Avete buttato ***** per un’intera stagione addosso all’allenatore che, in due anni, ha portato uno scudetto e una Supercoppa.
Prima di lui ci era riuscito solo Diego.
Ma vi siete venduti pure lui. Sempre per quattro spicci. Sempre con quella grazia scomposta di chi crede di fare giornalismo mentre fruga nel bidone dell’umido. Avete banchettato sul segreto di Pulcinella dei suoi eccessi fuori dal campo, con l’aria compunta di chi denuncia il vizio altrui solo perché nessuno ha ancora avuto il cattivo gusto di raccontare i suoi.
È la storia di Masaniello che si ripete: il rivoluzionario invocato, spinto avanti, issato a simbolo, e poi tradito alla prima occasione utile. Accompagnato, naturalmente, da quel vostro grido stantio e vigliacco: “armiamoci e partite”. Formula perfetta per chi ama il coraggio, purché lo pratichino gli altri.
Altrove, intanto, funziona diversamente.
A Milano, per esempio, di certi giri, certe compagnie e certi vizi di un Theo Hernandez qualsiasi sapevano tutti. Ma nessuno ha pensato bene di trasformarli in carne da macello finché portava addosso i colori rossoneri. Che strano, vero? Dev’essere quella curiosa forma di provincialismo evoluto per cui si protegge il proprio patrimonio invece di offrirlo in pasto al primo padrone di passaggio.
Noi, invece, abbiamo l’altra faccia della medaglia: un popolo convinto di essere sempre più furbo degli altri, mentre porta l’anello al naso con la fierezza di un accessorio identitario, porgendolo al padrone padano perché possa attaccarci il guinzaglio con meno fatica.
Siete peggio degli apolidi.
Almeno loro hanno le palle di dichiararsi per ciò che sono e di pagare le conseguenze di un’intera città che sportivamente li ripudia.
Voi manco quelle avete.
Voi le pugnalate le date alle spalle, con la cautela untuosa di chi teme persino il rumore del proprio tradimento.
Come i vermi.
E i vermi, da sempre, mi fanno ribrezzo.
ML98