Da IL Napolista:
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Come spiegano Steven Levitt e Stephen J. Dubner in Freakonomics (saggio divulgativo per ignoranti in materia), il motore dell’economia è l’incentivo: la gente fa quello che conviene di più.
Non è difficile, allora, capire perché le società italiane ritengano più proficuo tesserare ogni anno una decina di 23/25enni formati altrove che aumentare il budget per allevare centinaia di ragazzini tra i 14 e i 19 anni: i primi costano di più ma offrono la possibilità di fare plusvalenze assai maggiori e in tempi molto più rapidi dei secondi.
Tra gli addetti ai lavori, allora, c’è chi nota che la riforma dello Sport entrata in vigore nel 2023 ha annacquato ancora di più l’incentivo economico dei club a investire nelle giovanili. Perché? Riduce il limite temporale dei tesseramenti dei ragazzi a un anno, con la possibilità di arrivare a due, massimo tre, anni con i contratti di apprendistato.
Al termine di ogni rapporto, il giocatore è libero. La norma prevede un premio di formazione per ogni società dalla quale l’atleta è transitato (e sarebbe un vantaggio) ma di fatto apre al player trading giovanile, senza però pagamento dei cartellini. Una squadra potrebbe perdere un prospetto nel quale credeva molto perché un altro club ha avvicinato la famiglia o l’agente.
Poco importa che si instaurano meccanismi da “ladri di biciclette” (X sfila un campione in erba a Y che, però, si rifà sottraendo un talentino a Z): resta che le squadre a volte preferiscono non anticipare la salita di categoria degli elementi più promettenti proprio per non metterli in mostra e non ingolosire nessuno.
È bello immaginare di vedere un 16enne esordire in prima squadra, certo, ma chi lo farebbe a rischio che a giugno firmino per qualcun altro gratis.
Ecco, se Gabriele Gravina riesce a rimanere alla guida della Figc col ministro Abodi potrebbe parlare (oltre che della propria sopravvivenza politica) anche di questo: come rendere economicamente vantaggioso investire nelle giovanili.
Firma Roberto Procaccini
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